Nel quadro dell’evento ASVIS 2024, un anno fa, Bussola Italia ha fatto il punto sull’indicatore education (SDG 4) con l’aiuto del Prof. Billari, rettore della Bocconi.
https://bit.ly/4lP4IyS
Alla vigilia dell’evento ASVIS 2025, il nostro team EDU ha analizzato il rapporto OCSE sullo stato dell’Educazione
https://bit.ly/43WYCpF.
Qui di seguito, la mesta sintesi sull’immobilismo del sistema educativo in Italia
Queste scarne note hanno l’obiettivo di andare oltre il rapporto EDU da noi realizzato e frutto di un serio studio del 2019, poi aggiornato nel 2023, che superato nell’analisi e nei fatti.
A fronte di quello ci può bastare la sola soddisfazione di aver visto a regime gli interventi che ipotizzavamo come prioritari. È però gravissimo che nulla è cambiato sul piano dei risultati.
Per ragioni di sintesi e di chiarezza, distingueremo questa breve relazione in tre punti: i dati oggettivi; le modificazioni intervenute nella scuola italiana; i problemi rimasti aperti.
I dati oggettivi
Secondo l’Ocse, l’Italia è sotto la media per quanto riguarda la spesa pubblica per l’istruzione (4% del Pil rispetto al 4,9% dei Paesi Ocse).
Nel nostro Paese il 20% dei giovani fra i 25 e i 34 anni non completa il ciclo di istruzione secondaria di secondo grado; in area Ocse il dato è al 14%. La traduzione nel dato occupazionale è immediata: solo il 57% dei 25-34enni senza diploma di maturità trova lavoro, a fronte del 69% dei diplomati; peraltro, il 27% della popolazione fra i 25 e i 64 anni non diplomata guadagna la metà o meno del reddito medio.
Inoltre l’Italia ha il tasso di laureati più basso tra i paesi Ocse nella fascia d’età compresa tra 24 e 64 anni, con una percentuale pari al 20% rispetto alla media del 40%. La forbice risulta ancora più critica nella fascia 25-34 anni, dove il tasso di laureati è pari al 29%, con un significativo divario di genere (23% uomini, 35% donne), rispetto alla media Ocse del 47%. Nonostante i laureati siano pochi, il mercato del lavoro italiano non sembra in grado di dar loro un’occupazione; i nostri giovani sono in una posizione di svantaggio non solo rispetto ai paesi del Nord Europa, caratterizzati da elevati tassi di occupazione sia dei laureati sia dei diplomati – anche grazie a un forte sistema di formazione tecnica che nel nostro Paese è ancora in una lenta fase di “costruzione” con gli ITS – ma pure rispetto ai paesi dell’Europa meridionale e dell’America Latina. E qui torna il problema dell’Over Education nel caso di laureati in discipline umanistiche e sociali e di mismatch fra le richieste del mercato e l’effettiva formazione.
Va poi considerato il fenomeno della “fuga dei cervelli” all’estero, che sottrae risorse al sistema Italia e che contribuisce alla mancanza di laureati in discipline STEM. Con 5.9 milioni di italiani che ora vivono stabilmente fuori dal Paese (ultimo rapporto Censis, 2023), pari al 10.1% dei residenti, l’Italia si conferma come un Paese di emigrazione; ma ciò che è preoccupante è che il 44% è costituito da giovani tra i 18 e i 34 anni (secondo Istat 2024, sono 377.000 i giovani che si sono trasferiti all’estero nell’ultimo decennio, di cui 46.785 nel solo 2024, con destinazione Regno Unito, Germania, Francia e Svizzera).
Peraltro il dato dei laureati conferma che l’istruzione in Italia ha rinunciato a rappresentare un ascensore sociale: i figli di genitori non laureati hanno una minor probabilità di conseguire il titolo rispetto a coloro che hanno uno o entrambi i genitori laureati: infatti la media di laureati del 29,2% sale a 68.7% se almeno un genitore è laureato e scende al 23.7% se i genitori non lo sono.
In relazione ai test INVALSI, che tutti abbiamo potuto analizzare tramite i media, ciò che è più evidente (anche a fronte di un miglioramento del dato della dispersione scolastica esplicita passata dal 13% del 2019 al 9.4% del 2024), è la forte disparità territoriale tra Nord e Sud, tra Regioni e Province; un sistema iniquo, incapace di recuperare i livelli minimi e di fare promozione dei livelli di eccellenza, che in letteratura internazionale sono chiamati “gifted”; differenze notevoli tra i macro-indirizzi, cioè tra Licei, Tecnici e Professionali.
Gli apprendimenti restano fragili e alimentano la dispersione scolastica “implicita”, per la quale i ragazzi escono con un titolo di scuola media superiore, ma sono privi delle competenze che quel titolo teoricamente assegna loro.
Le modificazioni intervenute nella scuola italiana
Ciò che riportiamo è ciò che è stato normato dal MIM (Ministero dell’Istruzione e del Merito) negli ultimi due anni; dati ed indicatori di efficacia delle azioni intraprese non sono ancora disponibili, così come non si conoscono le effettive azioni realizzate (o non realizzate!) dalle singole scuole.
Tre le emergenze che segnalavamo nel report precedente:
E altrettante le azioni realizzate dal MIM:
I problemi rimasti aperti
Diversamente da quanto si prospettava nel nostro report precedente, i problemi della scuola italiana che ancora tanto impattano sul suo mal funzionamento e sugli esiti sconfortanti temiamo non siano più risolvibili all’interno del sistema, ma siano di natura più squisitamente politica. Nel dettaglio:
Mentre i primi tre punti, solo parzialmente di natura economica, dicono della necessità di una ridefinizione della figura docente, i restanti impattano immediatamente sul sistema scuola, ma la loro soluzione chiede da un lato un’importante riforma dei curricoli, dall’altro un ingente finanziamento.
Due sono le azioni che riteniamo imprescindibili per attivare un miglioramento:
Uno dei problemi della scuola Secondaria di I Grado è l’essere diventata una scuola dell’obbligo in cui tutti devono essere promossi: non più un contesto di apprendimento dove si fornisce una sicura alfabetizzazione nelle discipline principali (Italiano, Matematica, Inglese), ma una scuola del fare altro, dove i laboratori esperienziali sono incentrati sull’acquisizione di competenze utili a risolvere compiti di realtà lontani dai contenuti umanistici e scientifici delle discipline. Una scuola dove le fragilità non vengono sollecitate e i più capaci vivono di una rendita, per lo più familiare, che permette loro il non impegno.
Ovviamente una classe per livelli imporrebbe ai docenti la preparazione di almeno tre verifiche diverse per ogni prova ma darebbe ad ognuno la possibilità di misurarsi con le proprie abilità pregresse e di migliorarle; infatti, nella prima fase dell’auspicata riforma, il gruppo classe rimarrebbe inalterato, nonostante i diversi livelli al suo interno; diversamente, una riforma successiva e più radicale porterebbe ad uno smembramento anche del gruppo classe e all’instaurarsi di un sistema basato unicamente sui livelli.
Una rivoluzione pensiamo non più rimandabile se si vuole effettivamente agire sui profondi divari attualmente presenti sia nelle singole classi sia in territori diversi, a cui dovrebbero allinearsi anche i libri di testo, ristrutturati per fasce di livello (recupero, consolidamento, potenziamento).