# Tempo: la simultaneità dà coerenza ai fenomeni, ma il tempo non esiste

Il tempo e la geometria

In passato l’unitá di tempo piú affidabile e numerabile era il giorno. Non vi era necessità di una precisione maggiore. Più grande era la distanza più difficile era arrivare puntuali. Piú vicini si stava piú facile era organizzare incontri. Nessuno fissava appuntamenti precisi.
«Puntuali», «appuntamenti», erano elementi percepiti più che altro come riferimenti di natura geometrica: da qui a lì ci mettiamo cinque giorni di cammino.
In tempi piú prossimi, ma sempre lontanissimi, le ore dividevano la giornata e la nottata in intervalli piuttosto approssimativi. La durata delle ore variava, si allungava e si accorciava, con le stagioni. Il mezzodì era invece un riferimento relativamente stabile perché si identificava con il punto geometrico dove il sole era più alto rispetto all’orizzonte. Pochi però si rendevano conto che il mezzodí cambiava posizione a seconda del luogo.

La divisione del tempo e la simultaneità

Con l’invenzione di strumenti meccanici sempre più precisi (ad acqua, a candela, a clessidra, a pendolo, a scappamento) arrivò la grande innovazione delle ore a durata fissa. Anche le torri campanarie iniziarono a suonare a intervalli fissi, così tutta la comunità poteva avere un unico riferimento temporale. Tutti quelli che sentivano i rintocchi delle campane, percepivano il tempo, lo stesso orario. Simultaneamente. Entro il campo acustico di ciascuna torre campanaria si potevano fissare appuntamenti abbastanza precisi.

Il campo acustico

Gli uomini si spostavano lentamente,  alla velocità massima della corsa di un cavallo per brevi distanze. Le distanze fra città erano grandi. I viaggiatori non percepivano l’assenza di sincronizzazione fra città e città. Nessuno si preoccupava veramente se le campane del paese vicino suonassero in sincronia quelle della città nella quale si trovavano. Senza quasi accorgersene, i viandanti si sincronizzavano con i rintocchi delle campane della città di arrivo.
Il problema divenne sensibile con l’arrivo degli orologi portatili. Anche in questo caso tuttavia la questione della sincronizzazione si risolveva semplicemente accordando il proprio orologio con quelli della città.
Quando le navi iniziarono a navigare sugli oceani e gli orologi si fecero più precisi, la sfida si fece un po’ più complicata perchè cominciava a farsi sentire la differenza dell’ora in relazione al luogo (punto) in cui si trovava la nave.
La difficoltà si trasformò presto in una eccellente scoperta: in mare, dove peraltro non c’erano torri campanarie con cui sincronizzarsi, si poteva calcolare il «punto nave» (geografico) a partire dall’ora segnata dagli orologi ancora sincronizzati con la città di partenza. La correlazione fra il tempo e lo spazio si fa sempre più importante..

La velocità impone di sincronizzare le città, tutte le città.

Con l’invenzione dei motori a vapore, la velocità di trasferimento aumentò notevolmente. I treni erano in grado di muoversi per centinaia di chilometri ad alta velocità. Il viaggiatore non poteva non accorgersi che il proprio orologio non andava d’accordo con quello della città di arrivo. Le città di partenza e quelle di arrivo non erano sincronizzate. Quindi si poteva conoscere l’orario di partenza, ma non quello di arrivo. Orario che oltre tutto variava a seconda della destinazione.
Non tutti a quell’epoca erano interessati a conoscere l’orario di arrivo, ma per alcuni invece era piuttosto importante. Per esempio, ai macchinisti si richiedeva di arrivare in tempo per consentire il cambio con un treno in coincidenza.
In quelle condizioni, non era letteralmente possibile scrivere un orario ferroviario.
Per risolvere la sfida, vennero chiamati scienziati di altissimo valore. Dal matematico Poincarè [1] al celeberrimo Einstein.
Albert non era l’invisibile impiegatuccio di un polveroso ufficio brevetti. Dalla finestra del suo ufficio guardava l’orologio della stazione ferroviaria di Berna, mentre venivano sottoposti al suo vaglio centinaia di brevetti su apparecchi sempre più sofisticati per la misurazione del tempo.
Non possiamo stupirci dei suoi «esperimenti mentali» che riguardavano persone, ferme o viaggianti, a terra o sui vagoni, che guardavano l’orologio scandire il tempo. Non possiamo stupirci se, immerso nella grande sfida del secolo, si accorse che il movimento relativo fra osservatore e osservato produceva la deformazione dello spazio ed anche del tempo.

Un grande orario cosmico

Il fatto è che le ferrovie americane, europee e svizzere finalmente riuscirono a pubblicare precisi orari ferroviari. Tutto diventava più efficiente perchè più sincronizzato, senza perdite di tempo in inutili attese.
Come inatteso sottoprodotto della ricerca, ora usiamo l’evoluzionaria teoria della relatività che ci ha regalato i GPS, il laser, la fisica delle particelle, un nuovo modello standard che sostituisce quello di Newton e tante altre cose buone e pericolose come l’energia nucleare.
Non solo, abbiamo aperto la porta della conoscenza sulla meccanica quantistica che ci consente di comprendere inimmaginati fenomeni astrali, delle particelle, del tempo, dello spazio, della gravitazione e chi sa quanto altro ancora.

Il cerchio si chiude e ricomincia

Usiamo ancora il lessico della geometria per descrivere il tempo. È perchè non lo capiamo tanto bene.
Ora però sappiamo che il tempo non esiste; è sostanzialmente un metodo «computazionale» per organizzare, utilmente rappresentare, le informazioni che riceviamo attraverso i sensi.

=========== NOTE ==========

[1] Poincarè è stato un genio multidisciplinare, dalla medicina alla matematica. Nel 1893 fu chiamato a fare il ministro dei trasporti a Parigi con il compito principale di impostare un metodo per l’organizzazione sincronizzata del movimento dei treni in tutto il Paese. Sottolineiamo che Poincarè fu chiamato nel 1893, ma i risultati del suo lavoro vennero applicati in tempi recentissimi, a cavallo del ‘900, e i ~Paesi europei non erano neanche lontanamente soncronizzati fra loro.

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