Global polity – La più grande ondata di cambiamenti nella governance degli Stati e la democrazia granulare
La velocità di trasferimento delle informazioni, delle cose e delle persone aumenta. Di pari passo, da almeno un secolo, cresce l’esigenza di un coordinamento che eviti inefficienti conflitti fra le parti e faciliti l’accumulo e focalizzazione delle energie comuni sugli investimenti (trasformazioni) più sfidanti.
Al momento sono in sperimentazione:
Immaginiamo che all’inizio dell’umanità miriadi di tribù (per semplificare il concetto di gruppi umani), distribuite sulla superficie del Pianeta, abbiano adottato ciascuna la forma di governance più adatta alla loro sopravvivenza in specifiche zone ambientali. Immaginiamo poi che anche a quel tempo la dimensione desse loro la forza della massa critica, sebbene diminuisse l’agilità e la tempestività del cambiamento (trasformazione). Se ne deduce che il successo di ciascuna tribù dipendesse da un mix dinamico di fattori constrastanti, in equilibrio perennemente instabile. Inoltre il cambiamento implica un notevole rischio; non sempre cambiare vuol dire sopravvivere meglio. Forse anche per questo, agli occhi dei contemporanei, il passato sembra essere cambiato molto lentamente.
Infine possiamo immaginare che nelle tribù fosse prevalente il modello socio-economico a somma zero. In tempi lontani, come oggi, è nella natura umana consumare vegetali e animali. Portare via alla natura per il proprio beneficio è un criterio integrato nella natura umana. È nella Storia dell’umanita che le tribù hanno combattuto fra loro, con grandi rischi, per portare via ad altre tribù ciò che era utile alla propria tribù. È probabilmente secondo queste logiche che alcune tribù ne aggregarono altre, dando forma a più grandi masse critiche e a governance più complesse.
Si stima che intorno al XIV secolo esistessero ormai solo mille «poteri politici», se non si considerano le rimanenti aree super frammentate. Le mille si dimezzarono nei due secoli successivi. Alla fine del XVIII secolo se ne contavano 350. Agli inizi del XX secolo si ridussero al minimo storico di circa 25.
Il primitivo modello socio-economico a somma zero (portar via agli altri a proprio beneficio) incontrò i suoi limiti di espansione a causa del costo proibitivo dell’accorpare e amministrare nuovi territori, con tutte le persone che vi risiedevano, con le loro infinite diversità. L’annessione dei nuovi territori era sempre meno produttiva (entrate) e aumentava i costi dovuti alla complessità amministrativa.
Secondo questa prospettiva, le due guerre mondiali possono essere interpretate come gli ultimi disperati tentativi degli establishment di tenere in piedi un modello socio-economico ormai esaurito. Come peraltro era già successo all’Impero romano. Le ragioni per le quali non poteva più espandersi in nessuna direzione stavano nei confini naturali, come l’oceano o il deserto, oppure perchè le lande conquistabili, a est, avevano popolazioni troppo rarefatte e troppo povere.
Da quel punto di minimo storico gli imperi iniziarono a frazionarsi in entità amministrative più piccole, tendenzialmente con governance di tipo democratico. Intorno al 1945/50 gli Stati erano già una cinquantina; nei successivi 50 anni sono diventati quasi 200. La spinta al frazionamento non dà ancora segni di rallentamento.
La società civile, forse inconsapevolmente e all’insaputa degli Stati, sta puntando ad un modello di governance multi-livello. Sembrerebbe preferire:
– comunità statali più piccole e perciò più adatte a gestire esigenze relativamente uniformi
– delegare verso l’alto, ad entità amministrative ultra-confinarie, il compito di creare standard comuni, ma senza la pretesa di imporre gli stessi standard a tutti.
Secondo questa logica, le associazioni ultra-confinarie sembrano volersi occupare di temi specifici, non della governance complessiva degli «Stati associati». Inoltre, per la propria governance, sembrano preferire organismi collegiali invece di gerarchie «politico-amministrative» come accade ad esempio per ONU, EU, ISO e altre.
Gli Stati resistono a questo cambiamento in corso, si tratta infatti di un processo di riduzione del loro ruolo.
In parallelo e lentamente, ma in accelerazione, si fa strada l’idea che sia più efficiente parlarsi che spararsi.
Come già detto, a cavallo della seconda guerra mondiale le democrazie costituzionali sono passate da poche decine a quasi duecento e non si vedono segnali di rallentamento.
Per oltre settanta anni, gli Stati democraticamente organizzati hanno prodotto una stabile crescita socio-economica (qualità della vita).
In genere le Costituzioni degli Stati regolano i rapporti fra lo Stato e i Cittadini e definiscono la struttura dello Stato. Raramente regolano i gruppi umani auto-organizzati ciascuno dei quali ha il proprio Statuto Costitutivo. Tanto meno regolano i rapporti con le associazioni ultra-confinarie.
In sintesi:
Forse la metafora della schiuma elastica descrive meglio l’evoluzione del modello socio-economico nel quale la democrazia è uno stadio intermedio. Le autocrazie cercano invece di resistere anche provocando confronti estremamente violenti come, per esempio, la seconda guerra mondiale.
Può essere che qualcuno obietti che queste sono teorie che devono essere dimostrate. Una parte di quste obiezioni e accettabile, anche se quanto descritto in questo post ha ragionevoli basi nella notevole saggistica in merito.
È un fatti nuerabile che oggi si contino circa 8.000 associazioni governative del tutto inesistenti all’inizo del secolo scorso. A quelle si sono aggiunte, in un crescendo esponenziale, le associazioni della società civile, private e indipendenti dagli Stati.
1) Nel 1909 ne furono censite 176
2) nel 1951 -> 832
3) nel 1960 -> 1.268
4) nel 1981 -> 13.232
5) nel 2011 -> 56.834.
Ora se ne contano oltre 70.000.
Si tratta di uno tsunami evoluzionario di nuovi rule-maker in rapido movimento che costruiscono quella parte di global polity che gli Stati non sono in grado nemmeno di pensare sia per il grande numero di sfide sia per per l’enorme capitale di conoscenza richiesto per comprendere e risolvere le sfide.
Sono lavori in corso per una nuova più sofisticata democrazia.
È interessante anche osservare che vi sono Stati, dove la democrazia è particolarmente solida e ben esercitata dai cittadini, nei quali e iniziato un dibattito sulla effettiva necessità di avere un Stato.
Governance without government?