# Beni NON comuni

Proprietà

Sui «beni comuni» sono state costruite numerose e controverse teorie filosofiche di notevole intensità ideologica.
Proviamo allora a ragionare su un piano meno frequentato dalle ideologie: «i-beni-NON-comuni».
Scopriamo così che l’espressione è ambigua; potrebbe significare che «i-beni-non-comuni» potrebbero essere di qualità maggiore dei beni comuni. Emerge così il conceto di medieta conmtrapposto alla qualità.
Questo però non è il concetto che vogliamo esplorare in questo post.

Aggiriamo il problema aggiungendo la prodigiosa preposizione «in» che elimina gli equivoci e ci focalizza sul baricentro del nostro interesse: i beni non in comune.

È interessante osservare che la parola Comune, con la C maiuscola, viene usata anche per indicare il più piccolo degli organismi (società) pubblici che amministrano «i beni messi in comune» dai cittadini; difficile essere più chiari e più forti. Esploriamone i concetti fondanti:

  1. I Cittadini – (di un Comune) sono le persone stabilmente residenti in un certo territorio e per questo hanno diritto di voto nelle decisioni del Comune
  2. Il Comune – i Cittadini di un Comune affidano parte dei loro beni ad una società pubblica chiamata Comune (cioè di cui sono soci) che li amministri con lo scopo di migliorare la qualità della vita di tutti coloro che risiedono e transitano sul territorio del Comune
  3. Regole e istituzioni – Il Comune può gestire equamente i beni in comune solo se definisce, insieme a Cittadini, le regole di convivenza e le istituzioni che le fanno funzionare.
 

In sostanza:

  1. i Cittadini hanno il diritto di proprietà su alcuni beni (beni propri, che perciò non sono in comune)
  2. i Cittadini che hanno interessi simili, formano una società che non a caso chiamano Comune
  3. è proprio a quella società che affidano parte dei propri beni (non-comuni) che a quel punto diventano beni-comuni.

Il concetto di bene comune e di bene non-comune è strettamente collegato al diritto di proprietà che implica di amministrazione in capo rispettivamente al singolo e alla società organizzata.

[1] Ideologia è, secondo Treccani: «il complesso delle credenze e dei valori che orientano un determinato gruppo sociale». Definizione morbida (non nel senso di vellutato, ma di portatore di morbo) che in qualche modo rivela l’arrogante pretesa di poter governare tutti i fenomeni della Natura. Se in passato tale pretesa veniva schermata con l’artefatto dell’onnipotenza delle divinità, più recentemente è capitato gli uomini si siano sostituiti alle divinità nel progettare a tavolino e realizzare un Mondo, al loro detta perfetto, che ancora non esiste, ma che verrà. Castelli di carta che mai si sono minimamente realizzati.   

Un proprietario sia unico che collettivo

Nel XVII secolo l’ingegno umano inventó il concetto di «personae compositae» che serviva a riconoscere in una sola persona giuridica l’aggregazione di più persone intorno ad una missione condivisa fra i partecipanti. Però è solo all’inizio dell’800 che la «persona giuridica» compare in un codice civile. È una rivoluzione socio-economica di enorme impatto. È un altro passo verso lo smantellamento del primitivo principio che la proprietá di qualsiasi cosa stia nelle mani del Príncipe (assoluta autorità apicale della società). Inoltre, prende vigore l’idea che l’individuo, o anche molti individui aggregati in società, non sono più massa indistinguibile. Si formano organismi collettivi intermedi, giuridicamente riconosciuti. È la democrazia che avanza nella sua progressiva cessione del potere verso i Cittadini. Sono l’esito degli sfavillanti fuochi d’artificio dell’Illuminismo.

Il concetto societario di «bene in comune» è relativistico, dipende dal punto di vista: per chi sta «fuori» dalla società la proprietà è unica, mentre per chi sta dentro la società la proprietà è pro-quota, individuale. La società è un proprietario singolo, dentro la società vi sono proprietari singoli, la proprietà è collettiva.
Nell’immaginario dell’umanità, inconsapevolmente, si sta formando l’idea che la società umana non è una sola unitaria e totalitaria, è un insieme ricorsivo di società: una dentro l’altra.

Beni fuori portata: nessun proprietario

L’osservazione empirica sembra confermare che quasi tutto è proprietá di qualcuno. In verità, l’affermazione sembra anche piuttosto semplicistica o, meglio, sottintende un’intuizione che va esplicitata.
Per esempio, nessun umano è al momento in grado di trasformare significativamente lo spazio oltre Marte.
È ben noto che se il diritto non è esercitabile, quel diritto non esiste.
Su quei beni il diritto di proprietà, cioè di trasformazione, è semplicemente fuori portata.
Concludiamo che, se l’uomo non è in grado di modificare certi beni, quei beni non saranno né in-comune né non-in-comune.

Il diritto di proprietà e i diritti subordinati

Siamo quindi arrivati all’idea che i beni possono essere fuori-portata, non-in-comune, in-comune. L’appartenenza a ciascuna di queste categorie dipende da chi dispone del diritto di proprietà.
Potremmo inoltre considerare la proprietà come insieme composito dei diritti di trasformazione ad essa subordinati quali il diritto di demolire o di modificare, il diritto di affittare, di usufrutto e altri. Dalla proprietà derivano non solo diritti, ma anche doveri (es. manutenzione, protezione, estinzione, ecc.).
Per esempio, il diritto di proprietà di un forno per pizze «autorizza» a ripitturarlo di rosso, ma non «autorizza» a buttarlo nel naviglio o a scaricarne i fumi entro l’appartamento soprastante.
È efficiente che ciascun proprietario di un qualche diritto di trasformazione rispetti gli accordi/diritti verso gli altri. I diritti, alla fine, non sono altro che accordi fra persone.

Beni non identificabili: il caso non esiste

Vi sono sostanze che non hanno confini stabili come visibilmente accade per l’acqua e per l’aria. A ben guardare però sono più frequenti i casi di confini instabili rispetto a quelli stabili. Forse perché attribuiamo alla parola «stabile» il concetto probabilistico di «abbastanza stabile nel tempo», cioè più probabilmente stabile nel tempo che probabilmente instabile nel tempo. L’alta o la bassa probabilità, determina il grado di stabilità.
Quando si obbligano le sostanze instabili entro contenitori solidi (confini), queste sono nelle condizioni di avere un proprietario responsabile del loro stato e delle loro trasformazioni, come per esempio: una bottiglia di acqua frizzante.
Il concetto di proprietà qui si fa più netto perché identifica i diritti di trasformazione più che di semplice diritto di cessione del bene. Per i beni instabili e più preciso dire che vi è un responsabile del servizio reso ai Cittadini attraverso la fungibilità di tali beni. Qualcuno rende disponibile l’acqua potabile, gli umani la bevono e la usano per le loro trasformazione interne per poi reimmetterla nel sistema idrico globale. Quel qualcuno è il responsabile del servizio. Non è affatto una novità: la regolamentazione dei canali irrigui è antica di millenni e i responsabili del rispetto delle regole è nota e ed è trasparente. Dove non esistono accordi/regole si crea conflitto.
Ci sono beni senza proprietario identificabile, perchè abbandonati; sembra vero, ma non è proprio così. I beni abbandonati devono essere trattati come se fossero beni che appartengono al luogo dove si trovano. E dal quel proprietario vanno gestiti. Le spazzature vengono raccolte dai netturbini del Comune. I rottami abbandonati nel campi, vanno gestiti dai proprietari di quei campi.
Anche in questi casi non esistono beni veramente senza un «responsabile/proprietario».

Senza regole, arriva il fallimento del mercato

Decenni fa la teoria dei giochi ha portato all’attenzione il paradosso del laghetto popolato da gustosi pesci e minacciato da pescatori senza scrupoli.
Il gioco (apparentemente senza regole) porta a diverse conclusioni; fra di esse la più clamorosa è quella dello sterminio di tutti i pesci e della morte di tutti i pescatori rimasti senza cibo. È il famoso fallimento del mercato.  e di conseguenza del fallimento di tutti i pescatori.
A distanza di decenni, l’esempio è portato a dimostrazione che il mercato porta al fallimento socio-economico.
È un paradosso linguistico, anzi di fake-news prodotta da manipolazione tramite il bias «framing»: il mercato (del quale viene nascosta la caratteristica di essere il luogo dove si definiscono le regole dello scambio) porta al fallimento della società (altro luogo immaginario fatto solo di regole/accordi).
Le frasi fra parentesi sono omesse dal framing e la frase assume un significato opposto a quello che la teoria dei giochi dimostra.
Le molte scuole di pensiero politico-economico si sono scontrate sui diversi, anzi contrapposti modelli socio-economici, che risolverebbero il paradosso. Chi con la pianificazione socio-economica centralizzata, chi con la massima libertà d’azione dei partecipanti, chi nelle varie posizioni intermedie.
Il fatto è che tutti, focalizzati a sostenere teorie ideologiche (castelli di carta costruiti a tavolino), sostengono che l’unico modo per risolvere e stabilire regole comuni; ma tutti fingono di non rendersene conto.
Il paradosso della teoria dei giochi è stato molto utile a dimostrare che un mondo sena regole fallisce molto più facilmente di un mondo con regole appropriate. Molti brevi-cefali, tuttavia, si sono fermati alle contrapposizioni ideologiche senza passare ad esaminare come fa una governance ad diventare una buona governance.
Nei fatti, non esistono situazioni senza proprietari e senza regole. Tutti i beni-in-comune e non-in-comune sono regolati da governance che applicano regole produttive o fallimentari. Non sono i modelli teorici ed astratti, inventati a tavolino, a determinare il successo o il fallimento. È la qualità della governance che determina il successo o l’insuccesso.  

Conclusioni – Il dovere delle governance

  • È dovere delle governance perseguire la migliore qualità della vita ai propri Cittadini, equamente, ma non ugualmente, distribuita entro un’accettabile banda di variazione. È interessante notare che in molte costituzioni gli obiettivi non son specificati lasciando ai governanti la «libertà» di decidere cosa vogliono i cittadini.
  • Le statistiche indicano che le forme democratiche di governance sembrano essere più efficaci delle dittature, nel perseguimento della migliore qualità della vita
  • Il principio fondante delle democrazie (progressiva cessione del potere verso i Cittadini) tende a far spostare progressivamente il punto di decisione al più basso livello possibile. Cioè a quel livello dove la società/gruppo di persone sopporta i costi della trasformazione dello specifico bene-in-comune, beneficia dei risultati dell’azione di trasformazione e si accolla gli effetti delle esternalità.

La discussione filosofico-ideologica sui beni-comuni è un modo ingannevole (spostare su un piano astratto il confronto) per evitare di focalizzare l’attenzione e le risorse sulle sfide concrete del presente.

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