# Regole: non sono comandi, sono efficienza

 

Regole-comando

In generale le regole sono percepite come i «comandi del Prìncipe».
È una conseguenza dell’avere vissuto per millenni in sistemi autocratico-tribali dove le regole sono sempre state l’emanazione della volontà del capo. Solo occasionalmente le regole servivano al benessere dei sottomessi, è naturale che le persone le abbiano considerate contrarie ai loro interessi.
Già è difficile rispettare le regole autoimposte, figuriamoci quanto è forte la tentazione di scansare le imposizioni del capo. Solo l’oppressione del Principe può soggiogare le persone alle sue regole.

Non solo per questa ragione storico-culturale, nel nostro Paese le regole sembrano più un’opzione che una sentita utilità.

Regole-efficienza

Le regole-efficienza sono un’invenzione recente. Sono il risultato di accordi orizzontali fra pari. Per lo più, il loro scopo è l’efficienza che deriva dalla standardizzazione dei comportamenti individuali. I comportamenti, quando standardizzati, diventano comuni e prevedibili. Semplificano la vita a tutti.

Il codice della strada è un ottimo esempio di regole-efficienza. La circolazione dei veicoli fluisce a destra, è perciò poco probabile che un veicolo debba incontrare un veicolo in contromano. Tutto fluisce più velocemente, con minori rischi di collisione e con minore consumo di risorse. Le persone ne intuiscono subito i vantaggi. Non tutte però. Dove le regole-comando sono ancora percepite come le regole-del-Principe, non vengono rispettate e tendono a produrre inefficienze e talvolta gravi danni.

Reciproca fiducia

Il funzionamento vantaggioso delle regole-efficienza non ha bisogno che le persone credano in un capo, eventualmente trascendente, che si assuma l’onere del bene comune. Si reggono invece sulla reciproca fiducia che l’accordo verrà rispettato.
Le regole-efficienza riducono gli spazi di ambiguità sugli intenti dei partecipanti e rendono il futuro più prevedibile cioè meno rischioso, cioè meno costoso.
L’invenzione delle regole efficienza si fonda sulla chiarezza degli intenti comuni fra i partecipanti. Il Principe non ha mai avuto bisogno di spiegare le ragioni delle sue decisioni. Stranamente accade che nemmeno con le regole-efficienza gli intenti siano esplicitati. Ma per un motivo implicito diverso: gli intenti comuni sono intuiti fin da subito e perciò dati per scontati.

Gli accordi e le leggi

La sola reciproca fiducia non basta; è condizione necessaria, ma non sufficiente. La mancata esplicita dichiarazione degli intenti, cioè dei benefici e dei beneficiari, infatti introduce gradi di ambiguità che talvolta provocano seri conflitti. Anche perchè la fiducia è un sentimento e con i sentimenti non si scherza: sono la categoria di regole più forti (es. bias) che dominano le nostre scelte.

Gli esseri umani sono straordinari anche per quella unica capacità di inventare e gestire gestire un mondo immaginato; nella fattispecie hanno inventato gli accordi, entità intangibili e immaginarie che qualcuno chiamerebbe contratti.
Non è un caso che gli accordi sono tali quando rispettano alcune forme indispensabili come ad esempio l’indicazione dei partecipanti all’accordo (le parti), l’oggetto dell’accordo cioè i benefici e i beneficiari (chi si priva di qualcosa e chi riceve qualcosa), i comportamenti (sui quali i partecipanti si impegnano) e molto altro.
 Gli accordi circoscrivono il campo della fiducia reciproca e con ciò riducono le ambiguità del «non detto» e del «dato per scontato». Addirittura, definisco ex-ante cosa bisogna fare quando le parti vengono meno all’accordo.

Tutto molto efficiente.
È così che nasce il Diritto. Antipaticissimo al Principe perché lo vincola; gradito al Cittadino perchè limita gli abusi del Principe e degli altri.

Le leggi sono una categoria di contratti; purtroppo però, forse per tradizione forse perchè non ancora evolute, contengono ancora molti elementi di ambiguità oramai eliminati da altre forme di accordo.
Certamente hanno l’apparenza di strumenti arcaici che assomigliano più alle regole-comando  che alle regole-efficienza. Talvolta, tristemente, la forma rispecchia la sostanza.

L’assoluto e la probabilità

Da almeno un secolo, nemmeno la fisica crede più all’assoluto; interpreta i fenomeni come espressione di probabilità. Nel nostro caso, potremmo cadere nella trappola del credere che esistano solo gli estremi: le regole-comando e le regole-efficienza. La realtà sembra invece un mix dell’una e dell’altre (i fisici lo chiamerebbero spin):

  1. Le regole-comando mettono in relazione il Principe con i sudditi
  2. Le regole-efficienza mettono in relazione paritetica le persone-partecipanti, i Cittadini.

Quali regole si devono applicare quando i singoli individui non sono in relazione con nessuna controparte?
Forse sono un tipo particolare di regola-efficienza. Per esempio, se non c’è nessuno all’orizzonte, un automobilista potrebbe decidere di fare una svolta a U anche dove questa manovra è proibita da una regola.
È ovvio però che, se non c’è nessuno nei paraggi, è individualmente molto più  efficiente effettuare la svolta a U che rispettare la regola.
È lecito rompere la regola di non svoltare? Ovviamente non lo è. Ma la realtà è diversa dall’assoluto.
Possiamo forse pensare che, se non c’è nessuno che osserva, nessuno può affermare provatamente che quella regola è stata infranta. In altri termini, sta al guidatore valutare il rischio: da una parte la potenziale maggiore efficienza della svolta a U, dall’altra l’apparizione sulla scena di un altro veicolo può aggravare di molto il rischio di incidente.
A decisione presa, può andare tutto liscio, oppure può accadere un grave incidente. È una questione di probabilità. Come decidere di attraversare la strada sulle strisce pedonali o dove le strisce non ci sono. Questione di regole assolute e di fatti probabili. Fermo il principio che la regola deve comunque essere rispettata, ragione per la quale, in caso di incidente, è quello che si è lanciato nella rischiosa manovra che deve assumersene la responsabilità.  

Tolleranza, buon senso e Diritto

   È criterio di buon senso facilitare la manovra a chi muove mezzi difficili da guidare e in situazioni complicate.
Il Diritto invece ritiene la persona che fa manovra sempre la più responsabile dell’incidente. Quanto meno perché partecipa attivamente a peggiorare una situazione anomala e difficile da gestire (es. un tornante in salita, un portone troppo stretto).
Il buon senso, al contrario, suggerisce che sia meglio per tutti che la situazione pericolosa si sciolga il più rapidamente possibile. Quindi suggerisce di avere pazienza e facilitare la manovra.

Cosa succede, se il guidatore non facilita il veicolo in difficoltà?
Dipende.
Se evita scansa la manovra senza accrescere i rischi di incidente, si rende antipatico, ma il Diritto è rispettato. Se invece pretende forzosamente che il suo Diritto prevalga su quello del poveretto che deve manovrare, ebbene esite un articolo del codice che potrebbe essere esercitato contro il puntiglioso: guida pericolosa.
Nel codice della strada sono bene delineati tutte le circostanze nelle quali le regole valgono su tutto, ma anche vi sono regole che facilitano la tolleranza o puniscono l’arroganza.

Anche il Codice della strada riconosce che le regole devono essere adattate alle circostanze e lo fa usando i mezzi caratteristici dei Codici: altre regole, eventualmente subordinate.
Non sempre però tutto è regolabile nell’illusione di ridurre i rischi a zero. Anzi, forse è proprio il tentativo di regolare ogni minima possibilità che rende elefantiaci, complicati, spesso inapplicabili i codici innescando il ben noto fenomeno dell’eterogenesi dei fini.

Pragmaticamente è opportuno attenersi ai principi (regole) fondamentali, soppesare le probabilità della situazione, prendendosi i rischi più gestibili.

Innovazione

Per loro natura, le regole tendono a conservare lo status quo. Ripetere gli stessi comportamenti ritenuti di successo è probabilmente una strada sicura che è bene non abbandonare.

È tuttavia evidente che, nelle trascorse migliaia di anni, non siamo riusciti ad accumulare bias sufficienti a garantirci una vita automatica, sicura, senza sorprese e senza eccessivi rischi. Il fatto è che il contesto cambia ininterrottamente e noi, insieme a tutti gli elementi della Natura, dobbiamo adattarci.

Sopravviviamo, talvolta prosperiamo, grazie ad alcune regole, inconsapevoli (bias) o da noi consapevolmente immaginate, che funzionano, ma che dobbiamo continuamente rivedere per adattarci all’evoluzione (innovazione). Spesso anticipiamo i fenomeni e così influiamo sul cambiamento.
La male accetta necessità di cambiare ci obbliga a fare frequente pulizia (eliminare) e manutenere (aggiornare) le regole esistenti. Il cambiamento non piace a tutti; alcuni preferiscono lo status quo ed altri preferiscono lavorare. Anche nella nostra Costituzione il lavoro è citato come contributo essenziale che ciascuno deve portare a se e agli altri. È nella natura del lavoro trasformare l’ambiente al fine di migliorare la qualità della vita, nostra e quella degli altri.  
Chi si ferma è perduto.

Il lavoro è innovazione e cambiamento. Perché si realizzi bisogna progressivamente cambiare le regole. Anche nel nostro Diritto è previsto che ad ogni nuova legge le precedenti correlate devono essere aggiornate o dismesse.

La nostra società però none congegnata per il cambiamento, non lo è più da molto tempo. Lo storico dell’economia Cipolla ritiene che la società italiana, da cinque secoli, stia spendendo il suo immenso patrimonio per mantere un comodo status quo. Bisogna in effetti riconoscere che la nostra società è stata configurata per assorbire molto efficacemente tutte le discontinuità. Peccato però che quelle discontinuità sono opportunità per quelle altre che invece migliorano. Il nostro Paese è ammiratissimo per la qualita della vita, ma è poco stimato per la scara partecipazione al miglioramento del mondo.
Il nostro Paese non fa figli e questo indica che le famiglie hanno una scarsa fiducia nel futuro; fenomenoo confermato anche dal fatto che molti giovani eccellenti scelgono di trasferirsi in qui Paesi dove le loro competenze sono premiate e facilitate (merito).

Conclusioni

  • Le regole che un tempo erano comandi del Principe, si stanno trasformando in regole-efficienza che liberano risorse impegnate in attività a basso valore aggiunto. Le regole-efficienza contribuiscono a liberare energia da investire in attività a più alto valore aggiunto.
  • Alcuni Paesi, come l’Italia, sembrano volersi ritirare dal lavoro e dall’innovazione; si accontentano di vivere abbastanza bene spendendo il patrimonio accumulato nella storia.
  • L’Italia ha inventato e realizzato una società resiliente, cioè che torna com’era, ma non migliora; assorbe e neutralizza gli schock socio-economici senza però trarne alcun vantaggio se non la comoda pigrizia conservatrice dello status quo.
  • Quel cambiamento che, nei millenni della sua storia, ha spinto il Paese ai vertici dell’innovazione e della qualità della vita non e più attrattivo per i Cittadini italiani, e non lo è nemmeno per i Cittadini del Mondo che vi vengono in vacanza per godere di questo museo ancora vivo, bellisimo, folkloristico, ma anche un po’ sonnacchioso e noioso.

Entro questa cornice, sarebbe cosa buona riaccendere la passione per il nuovo e per l’avventuroso. Relativamente alle regole perciò sarebbe bene:

  • Continuare a progettare e realizzare regole-efficienza che minimizzino i costi delle attività routinarie. Questo è un lavoro ad alto valore aggiunto al quale tutti dovrebbero avere interesse ed accesso.
  • Aumentare la tolleranza sul non-rispetto-delle-regole, nei casi nei quali vengano esplorati metodi più efficienti (nuove e più efficaci regole-efficienza). Meglio qualche errore correggibile che la finta e cavillosa ricerca della perfezione il cui scopo è in realtà «impedire ogni innovazione».
 
In sintesi:
 
  • ridurre i costi socio-economici ordinari utilizzando a fondo tutte le tecnologie (dalle life sciences alle knowledge-sciences)
  • massimizzare gli investimenti sia in efficienza sia in innovazione.

Il nostro Paese e già bellissimo e accogliente di suo, sarebbe magnifico se diventasse attrattivo perché  fonte e capitale di conoscenza utile al Mondo intero.

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