L’ingresso principale per la dittatura.
Il populismo è uno dei metodi più praticati per la conquista del potere.
La metamorfosi del populista in dittatore avviene in nome del popolo ed in effetti è proprio il popolo che sostiene l’autocrate nella sua presa del potere.
Un tempo era Dio che «nominava il tiranno» e, attraverso di lui, disponeva.
Il populista è al passo con i tempi, ora è un uomo del popolo che demolisce le istituzioni democratiche in nome del popolo.
Un errore?
Forse, ma bisogna ricordare che da sempre le persone hanno vissuto sotto l’unica forma di governo sperimentata: la tirannia.
Ancora oggi 7 miliardi di persone su 8 vivono sotto tirannia. É una scelta? non proprio, sembra tradizione consolidata. Salvo nei non pochi casi Google. nei quali le persone scelgono consapevolmente di lasciare il governo al tiranno perché preferiscono non prendersi la sfida di occuparsi da sé stessi del proprio futuro. Barattano la libertá, concetto complicato, con il disimpegno.
È solo più avanti che il popolo si rende lentamente conto del grave errore commesso. Accade anche che molti non se ne accorgono mai e restano populisti.
Il ‘900 é il secolo degli psicopatici
La democrazia é fallita molte volte durante i suoi esperimenti e forse cadrá di nuovo perché non riesce ad essere piú efficente della forma di governo tirannico. Un esempio massivo é la catastrofe di fine ‘800 quando le democrazie nascenti tentarono di sostituirsi agli imperi decadenti. Ci fu una terribile ondata di restaurazioni segnate da guerre mondiali.
Il ‘900 è stato tutto un fiorire di populisti diventati feroci tiranni.
La traiettoria politica e di vita è sempre la stessa
La morale?
Non c’è una morale, c’è solo una storia parabolica e ripetitiva. Quando comincia a manifestarsi, esistono ancora alcune vie d’uscita possibili:
– se il popolo e le istituzioni non fanno nulla, allora si meritano il tiranno e tutte le sofferenze che questo infligge
– per i dittatori che consapevolmente vogliono esserlo: non c’è speranza, perderanno il collo e ciò che ci sta sopra; in circostanze di solito vergognose
– per i governanti bene intenzionati, ma incapaci di portare benefici reali e diffusi: abbandonino subito il campo o sarà la testa ad abbandonare il loro collo
– per quelli che non sono governanti: inizino a preparare i forconi.
Il populismo è una malattia della gioventù istituzionale
Il populismo è una malattia delle democrazie istituzionalmente deboli e dei cittadini che non sono ancora abbastanza preparati ad assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.
A cavallo del ‘900, alcune monarchie, incapaci di evolvere verso governance democratiche, hanno lasciato spazio ai populisti. È accaduto con le proto-democrazie immature, inconcludenti e inefficaci, ma anche violenti movimenti rivoluzionari che inevitabilmente generano tirannie.
Pensiamo ad esempio alla rivoluzione russa e ai ripetuti collassi russi, anche in epoca contemporanea. Oppure a Weimar-nazismo. O alla solita Italia ritardataria, con la sua monarchia-costituzionale-albertina e il fascismo; o anche alla contemporanea Ungheria.
Il primo sintomo sta nella prolungata mancata crescita economico sociale: la qualità della vita non migliora, le differenze economico sociali vanno oltre i limiti della banda tollerabile e benigna delle diversità.
In queste circostanze si apre uno spazio che viene occupato dai promotori delle governance autocratiche mimetizzate da populismo.
Il secondo sintomo è l’eccessiva permanenza al governo del capo. Nelle dittature, la successione al potere avviene per morte del tiranno; nelle democrazie invece la successione è regolata dalla frequente rotazione al potere, in tempi relativamente veloci, al massimo ogni quattro o cinque anni. Quando il leader sta troppo tempo al vertice, ebbene il populismo è già insediato.
Il terzo sintomo è la proposizione «dell’arrabiato salvatore della Patria». Il nascente tiranno, di solito relativamente giovane, ha ottime antenne e intuisce tempestivamente lo spazio che si apre per il super-uomo-salvatore del popolo arrabbiato; lui stesso è il più arrabbiato di tutti. Per questo diventa l’uomo più amato, quello che comprende i bisogni e le sofferenze del popolo. Le condivide trasformandosi quotidianamente nell’uomo operaio, nell’uomo agricoltore, nell’uomo della sicurezza e nei tanti modelli di uomo da emulare. La realtà però è che lui sta recitando e il popolo gradisce la recita.
Così è successo con Hitler, Mussolini, Stalin, Mao, Komeini, PolPot e lunga lista novecentesca.
Per approfondire la ricerca sulla materia, si può sfogliare il manuale del manipolatore o l’elenco dei fattori che distinguono la democrazia dalle dittature (e non si tratta affatto di avere formalmente un parlamento e le elezioni; conta se funzionano).
Dove sono le tirannie?
La maggior parte delle dittature si trova nei paesi più poveri che non hanno le risorse per mantenere una governance costosa e complessa come quella democratica.
Tuttavia alcuni dittatori ancora esistono In Europa.
Ad esempio, Yelsin aveva messo in piedi una democrazia che non funzionava e subito è comparso l’inespressivo, inquietante personaggio dell’FSB/KGB, salvatore della Grande Russia che ha estromesso l’entusiasta impreparato etilico Yelsin.
Allo scattare del numero magico dei venti anni al potere, Il dittatore deve difendere il proprio potere con violenza crescente.
Lungo la strada dei populisti-dittatori, si trovano tanti dittatori falliti prima ancora di nascere. Dai brexitari a quelli nostrani, passando dai terrapiattisti/no-vax e no-qualsiasi-cosa. Gli istrioni interpretano il bastian-contrario, quello intelligente che «va controcorrente» e nuota contro la mainstream. Non importa che non abbia argomentazioni sostenibili, l’importante è che sia contro. Il che basta a mostrare che il candidato tiranno è «il piú intelligente».
Il rimedio?
Banale: far funzionare la democrazia e riprendere a migliorare la qualità della vita.
Banale?!
Le miracolanti iniezioni di debito a tutto spiano sono solo palliativi ritardanti. Sono necessari sforzi ben più impegnativi per cambiare i comportamenti che non funzionano più.
Il rimedio più importante è cambiare, puntare su innovazione e miglior qualità della vita.
Eseguire un ripasso dei manuali di democrazia e della sua governance; eventualmente con un robusto intervento di aggiornamento