# Populismo: l’ingresso principale per la tirannia

 

L’ingresso principale per la dittatura.

Il populismo è uno dei metodi più praticati per la conquista del potere.
La metamorfosi del populista in dittatore avviene in nome del popolo ed in effetti è proprio il popolo che sostiene l’autocrate nella sua presa del potere.
Un tempo era Dio che «nominava il tiranno» e, attraverso di lui, disponeva.
Il populista è al passo con i tempi, ora è un uomo del popolo che demolisce le istituzioni democratiche in nome del popolo.
È solo più avanti che il popolo si rende lentamente conto del grave errore commesso. Accade anche che molti non se ne accorgono mai e restano populisti.
Il ‘900 è stato tutto un fiorire di populisti diventati feroci tiranni.
La loro traiettoria politica e di vita è sempre la stessa:
1) iniziano da giovani
2) cavalcano sulle rovine di governi inefficaci, inefficienti e ingiusti
3) solleticano le pance doloranti dei semplicisti frustrati
4) prendono il potere dall’interno delle istituzioni, solo talvolta lo prendono con un colpo di *Stato
5) appena arrivano al potere iniziano smontare le libere istituzioni, a costituire potenti servizi segreti interni (guardie morali) che agiscono manovrando la clava del ricatto, della corruzione, delle minacce, della tortura e dei lager.
6) progressivamente tolgono i diritti dei cittadini
7) la missione del populista cambia: dal promettere di rimuovere i sacrifici dei cittadini (con affascinanti proposte semplicistiche), il dittatore passa a promettere che il sacrificio dei cittadini realizzerà un futuro meraviglioso, talvolta in un paradiso che verrà nell’al di là.
7) dopo alcuni decenni, le promesse non riescono più a nascondere la dura verità di una vita sempre peggiore; il sistema Ponzi, in versione politica, comincia a scricchiolare.
8) è il momento di inventare il paranoico nemico esterno che per un po’ riesce a giustificare la brutta vita interna, ma non abbastanza a lungo; il tirano allora promette terribili e potentissime armi mai viste prima.
9) la situazione precipita; il tiranno, che prometteva di portare in paradiso il popolo, inciampa in qualche situazione all’apparenza banale e lì viene eliminato, anche brutalmente, dal suo stesso «amatissimo» popolo.

La morale?

Non c’è una morale, c’è solo una storia parabolica e ripetitiva. Quando comincia a manifestarsi, esistono ancora alcune vie d’uscita possibili:
– se il popolo e le istituzioni non fanno nulla, allora si meritano il tiranno e tutte le sofferenze che questo infligge
– per i dittatori che consapevolmente vogliono esserlo: non c’è speranza, perderanno il collo e ciò che ci sta sopra; in circostanze di solito vergognose
– per i governanti bene intenzionati, ma incapaci di portare benefici reali e diffusi: abbandonino subito il campo o sarà la testa ad abbandonare il loro collo
– per quelli che non sono governanti: inizino a preparare i forconi.

Il populismo è una malattia della gioventù istituzionale

Il populismo è una malattia delle democrazie istituzionalmente deboli e dei cittadini che non sono ancora abbastanza preparati ad assumersi la responsabilità delle proprie decisioni.
A cavallo del ‘900, alcune monarchie, incapaci di evolvere verso governance democratiche, hanno lasciato spazio ai populisti. È accaduto con le proto-democrazie immature, inconcludenti e inefficaci, ma anche violenti movimenti rivoluzionari che inevitabilmente generano tirannie.
Pensiamo ad esempio alla rivoluzione russa e ai ripetuti collassi russi, anche in epoca contemporanea. Oppure a Weimar-nazismo. O alla solita Italia ritardataria, con la sua monarchia-costituzionale-albertina e il fascismo; o anche alla contemporanea Ungheria.

Il primo sintomo sta nella prolungata mancata crescita economico sociale: la qualità della vita non migliora, le differenze economico sociali vanno oltre i limiti della banda benigna e tollerabile delle diversità. In queste circostanze si apre uno spazio che viene occupato dai promotori delle governance autocratiche mimetizzate da populismo.

Il secondo sintomo è l’eccessiva permanenza al governo del capo. Nelle dittature, la successione al potere avviene per morte del tiranno; nelle democrazie invece la successione è regolata dalla frequente rotazione al potere, in tempi relativamente veloci, al massimo ogni quattro o cinque anni.

Il terzo sintomo è la proposizione «dell’arrabiato salvatore della Patria». Il nascente tiranno, di solito relativamente giovane, ha ottime antenne e intuisce tempestivamente lo spazio che si apre per il super-uomo-salvatore del popolo arrabbiato; lui stesso è il più arrabbiato di tutti. Per questo diventa l’uomo più amato, quello che comprende i bisogni e le sofferenze del popolo. Le condivide trasformandsi quotidianamente nell’uomo operaio, nell’uomo agricoltore, nell’uomo della sicurezza e nei tanti modelli di uomo da emulare. La realtà però è che lui sta recitando e il popolo gradisce la recita.

Così è successo con Hitler, Mussolini, Stalin, Mao, Komeini, PolPot e lunga lista novecentesca.
Per approfondire la ricerca sulla materia, si può sfogliare il manuale del manipolatore o l’elenco dei fattori che distinguono la democrazia dalle dittature (e non si tratta affatto di avere o meno un parlamento e le elezioni).

Dove sono le tirannie?

La maggior parte delle dittature si trova nei paesi più poveri che non hanno le risorse per mantenere una governance costosa e complessa come quella democratica.
Tuttavia alcuni dittatori ancora esistono In Europa.
Ad esempio, Elstin aveva messo in piedi una democrazia che non funzionava e subito è comparso l’inespressivo, inquietante personaggio dell’FSB/KGB, salvatore della Grande Russia che ha subito sottomesso l’entusiasta impreparato etilico Eltsin.
Allo scattare del numero magico dei venti anni al potere, Putin deve difendere il proprio potere con violenza crescente.
Lungo la strada dei populisti-dittatori, si trovano tanti dittatori falliti prima ancora di nascere. Dai brexitari a quelli nostrani, passando dai terrapiattisti/no-vax e no-qualsiasi-cosa. Gli istrioni interpretano il bastian-contrario, quello intelligente che «va  controcorrente». È l’andare controcorrente, fuori del «mainstream», senza argomentazioni sostenibili, che facilmente identifica «i particolarmente intelligenti».

Il rimedio?

Banale: far funzionare la democrazia e riprendere a migliorare la qualità della vita.
Banale?!

Le miracolanti iniezioni di debito a tutto spiano sono solo palliativi ritardanti. Sono necessari sforzi ben più impegnativi per cambiare i comportamenti che non funzionano più.
Il rimedio più importante è cambiare, puntare su innovazione e miglior qualità della vita.
Eseguire un ripasso dei manuali di democrazia e della sua governance; eventualmente con un robusto intervento di aggiornamento.

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