# Democrazia: elementi distintivi

Democrazia: una ambita, ma stanca, forma di governo

Quasi tutti i Paesi del Mondo si vantano di essere democratici; ne deduciamo che la democrazia è un buon argomento promozionale per le governance di molti Paesi (marketing del consenso). Da una prospettiva più pragmatica le democrazie sembrano al momento lente, in affanno e attratte da obbiettivi diversi da quelli di progressivamente migliorare la qualità della vita dei propri Cittadini.

Sono molte le cause dei tentennamenti nel rispondere ai cambiamenti esogeni (società e ambiente) ed anche nel progettare e condurre a compimento trasformazioni endogene (progettare il futuro).
In questo sito, C-LAB, se ne analizzano molte, talvolta proponendo possibili approcci.

Nelle metodologie di decision making si usa dire: «Una buona definizione del problema è metà della soluzione»; può allora essere utile riflettere sugli aspetti distintivi delle democrazia, verificare se sono solo enunciati o effettivamente praticati dalla governance ed infine se il modello di governance corrente ha davvero espresso tutto il suo  potenziale.

Progressiva cessione del potere verso il basso.

Le società tendono ad articolarsi per gruppi in parte stratificati in livelli. Quindi, la dizione «verso il basso» va intesa come riallocazione di poteri verso i gruppi più «vicini» alle sfide da risolvere. Tipicamente le sfide vengono percepite nei «bacini» di Cittadini maggiormente, e prima di altri, esposti alle discontinuità; spesso quegli stessi Cittadini hanno una buona capacità per contribuire allo sviluppo di soluzioni adeguate.d eque.
La progressiva cessione del potere è l’essenza della democrazia. Per otto secoli, dalla Magna Carta in poi, la forma di governance democratica evolve cedendo, un po’ alla volta, potere decisionale agli strati più «bassi» della società.
Il critero intensamente democratico per realizzare il cambiamento è quello delle competenze, cioè del merito. Le competenze vannno intese sia come dimostrata capacità di prendere decisioni sia come ambito di responsabilità.
Come la Storia dimostra, la delega del potere è piuttosto lenta. Vi sono potenti forze resistenti. Ad esempio, i Prìncipi, vecchi e nuovi, non vogliono condividere il potere. Spesso gli stessi Cittadini sembrano non desiderare che vengano usati solidi metodi per decidere. La forma stessa delle democrazie non sembra sollecitare a sufficienza i Cittadini ad assumersi la responsabilità di decidere. Le vischiosità dipendono anche da altri fattori quali le lacune di conoscenza e di esperienza sui metodi per prendere decisioni; senza dimenticare la naturale pigrizia degli esseri umani 
Da un lato, le democrazie più efficaci ed avanzate dimostrano di avere saputo creare i redditi più alti e meglio distribuiti; questo potrebbe essere una delle ragioni per dare credito alla loro efficacia nel creare benessere. Dall’altro invece, una vasta parte della popolazione ritiene che la centralizzazione delle decisioni sia più efficace, efficiente ed equa.
Questo paradosso delle democrazie è forse il risultato di un rallentamento eccessivo e troppo prolungato del processo di delega. La frequente rotazione e stratificazione dei decisori è un abilitatore del rapido adattamento della governance alle circostanze, ma se non avviene con la giusta velocità è probabile che vengano mancati gli obiettivi di benessere. Conseguentemente cresce il malessere e il desiderio di cambiare non qualche trascurata regola, ma l’intera struttura della società.

Cessione del potere verso l’alto 

I comportamenti dei Cittadini di molti Stati sono molto simili fra loro; è possibile qualificare ed anche quantificare il grado di similitudine in relazione alla numerosità e importanza degli accordi che li legano. Tutti contribuiscono a far convergere le leggi e i comportamenti delle rispettive Amministrazioni Pubbliche. A tal punto che sono stati costituiti organismi sovranazionali come i tribunali internazionali per regolare dispute secondo standard di giudizio condivisi; oppure come la difesa unitaria dei confini. L’Europa, la NATO, la BCE e molte altre organizzazioni sovranazionali funzionano grazie alla delega «verso l’alto» di processi decisionali che rendono l’intero sistema più efficace, più efficiente e più affidabile.

Tanti vs pochi, vicini e lontani nel tempo.

La democrazia non è un’ideologia, ma è una forma organizzativa dell’amministrazione di una società. Si basa sul principio della massima partecipazione attiva dei singoli individui. È ovviamente un modello opposto ai criteri di gestione piramidale dove le decisioni, che riguardano tutti, spettano ad una sola o poche persone.
Gli effetti della governance democratica ed effettivamente partecipativa vengono misurati sul breve termine in equlibrio con quelli attesi nel medio/lungo termine; mentre invece i risultati delle autocrazie vengono valutati, da sè stesse, sulle scommesse a lungo termine. In generale le autocrazie chiedono grandi sforzi immediati per risultati lontani nel tempo.  

Successione programmata e pacifica 

In passato la successione al vertice è quasi sempre stata causa o effetto di importanti discontinuità. La rigidità dei sistemi di governo piramidali (autocrazie) impongono periodi di relativa stabilità, che impediscono piccoli assestamenti progressivi, ai quali fanno seguire violenti «terremoti». Le successioni dei leader avvengono infatti per morte, naturale o voluta. Anche ai giorni nostri abbiamo assisistito a quel genere di avvenimenti; ad esempio, Ceausescu in Romania, il disfacimento distruttivo della Yugoslavia alla morte di Tito, Gheddafi e Saddam. Nella storia un po’ meno recente abbiamo assistito alla caduta di violenta Mussolini e di Hitler.

In passato le sostituzioni/successioni dei leader si sono dimostrate molto inefficienti, con distruzione di ingenti patrimoni pubblici e privati oltre che con la morte o l’invalidazione di numerosissime persone.
La democrazia ha introdotto invece un processo programmato di sostituzione dei leader che lo rende pacifico e che abilita l’acceso al potere a forze nuove, più giovani, nel pieno delle loro energie, più innovatrici.
Il processo di successione democratico si basa su alcuni meccanismi essenziali, quantitativamente regolabili e sarebbe buona cosa farlo costantemente.

Frequenza delle successioni e durata degli incarichi

Le sfide che derivano dalla rapida evoluzione del contesto sociale e ambientale, oltre che dal profilo delle persone al comando, implicano che le competenze, specialmente al vertice, debbano essere continuamente adattate alle sfide. Cambiando le sfide, cambiano anche le competenze necessarie. Le sostituzioni al vertice, ma non solo, devono perciò essere calibrate sia nelle capacità sia nei tempi.
Nelle democrazie più collaudate le frequenze di sostituzioni spaziano dalla rotazione annuale dei ministri, con consultazioni popolari dirette più volte all’anno (es. Svizzera), alla sostituzione dei deputati ogni due anni e del presidente ogni quattro, con checkpoint ogni due (es. USA). La maggior parte delle democrazie sostituiscono i vertici mediamente ogni cinque anni. Non è da escludere che la rapidità dell’evoluzione del contesto richieda frequenze più elevate.

Controllo incrociato e rapidità dei processi decisionali

La distribuzione dei poteri a leader che ruotano frequentemente e che si contrappongono funzionalmente fra di loro contribuisce sia alla competizione fra soluzioni, accettabili ed equilibrate, sia ad ostacolare tentativi di centralizzazione del potere (autocrazia). Con il potenziale effetto collaterale di provocare un numero eccessivo di interazioni fra molteplici decisori; fenomeno che tende a rallentare troppo il processo decisionale. È quantomai opportuno necessario che i decisori concordino su un metodo che massimizzi le probabilità di successo del processo di decision-making anche a costo di qualche rischio.
Al momento, particolarmente in Italia, l’onere di decisioni rischiose e divisive è lasciato a governi «tecnici» che vengono però eliminati con grande rapidità per ritornare alle lentezze e alle acrobatiche giravolte della gestione elettoral-politica. È evidente che questo meccanismo deve essere superato senza però uscire dalle regole di base della demcrazia. Ai giorni nostri, qualche deviazioni in tal senso è purtroppo più che visibile. Serve un «tagliandone» alla democrazia, cioe ai processi decisionali della governance, anche se non necessariamente alla Costituzione.

Cittadinanza e giurisdizione

La cittadinanza implica il diritto di partecipare all’Amministrazione dello Stato, cioè di prendere decisioni per la gestione del territorio italiano, delle relazioni interne e internazionali. Poichè le democrazie garantiscono la libera circolazione delle persone, vi sono molti Cittadini italiani che transitano e risiedono in altri Paesi così come molti Cittadini stranieri vivono e circolano in Italia. Tutti devono rispettare le leggi vigenti sul territorio; d’altra parte, è diritto dei soli Cittadini italiani giuris-dire ovvero cambiare le leggi vigenti sul territorio del proprio Paese (giurisdizione intesa come territorio di applicazioni delle leggi).

Visione ed obbiettivi di qualità della vita
Le attuali, e non programmate, frequenze di sostituzione dei vertici sono talmente elevate da sostanzialmente immobilizzare la capacità decisionale delle amministrazioni pubbliche. Tali frequenze implicano anche che l’orizzonte delle decisioni è notevolemente costretto al brevissimo termine oppure rinviato alle successive legislature. Non si tratta però del mero problema procedurale, manca piuttosto il processo di formulazione e attuazione di una visione pragmatica delle cose da fare e delle priorita per realizzare gli obiettivi.
Probabilmente, alla domanda «quali sono gli obiettivi della governance del Paese», ciascuna autorità risponderebbe in maniera diversa. Sarebbe invece interessante che almeno le principali autorità rispondessero all’unisono secondo Costituzione. Purtroppo nemmeno la Costituzione indica una «direzione» (obiettivi generali) sia essa la libertà dei Cittadini o il loro benessere. Il fenomeno è comune a molti Paesi tant’è che alcuni organismi sovranazionali (OCSE e ONU) hanno proposto uno schema di obiettivi non solo economici (PIL)/GDP) ma anche di indicatori di qualità della vita come il sistema Better Life Index (OCSE) e il sistema degli SDGs (ONU).
Non sembra però che i partiti intendano muoversi secondo questa traccia. Forse perchè i partiti la intendono come materia per «tecnici» e non per «politici». Si devono considerare tutte le ipotesi, fra queste anche quella che i partiti abbiano ragione a trascurare il sistema di indicatori; è però anche vero che, per essere concreti e propositivi, dovrebbero produrre una «visione» alternativa. In asenza della quale si screditerebbero da sè stessi, con grave pericolo per la democrazia.
 

Qunato fin qui detto, è però una sintesi incompleta e forse estrema estrema della distintivita del modello di governance democratico. Inoltre è ricondotta quasi esclusivamente all’amministrazione pubblica centrale.
Non emerge infatti quali processi decisionali debbano/possano essere partecipati dai cittadini, italiani e non, nelle amministrazioni intermedie e locali. Es.: in molti Paesi le persone residenti, ma senza cittadinanza, partecipano alle decisioni locali. Si tratta di una materia complicata che, proprio per questo, va resa semplice, comprensibile ed applicabile da tutti.
Al momento la confusione è crescente anche per effetto delle imponenti migrazioni in atto che si unisce e mescola con le sfide della demografia, spesso largamente trascurate.

 
 
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